Generare pace è fare spazio

Abbiamo chiesto a Luisa di raccontarci del suo lavoro come Coordinatrice di Progetto Miriam a Padova.

Nel 2019 è iniziata la mia avventura a Progetto Miriam. Ho accolto con serenità l’incarico che mi è stato affidato, forte dell’esperienza professionale fino a quel momento maturata.

Ho lavorato per circa venti anni nel contesto dell’educazione ambientale, e questo ha fatto da sfondo anche per gli impegni successivi. Mi ha permesso infatti di collaborare in svariati contesti come quello dell’infanzia, dell’anzianità, e non da ultimo dell’immigrazione.

Confesso, che quando ho conosciuto questa realtà, mi sono sentita subito a casa, ma ho anche pensato che fosse molto semplice. Inoltre mi attirava il fine che Progetto Miriam perseguiva, cioè il benessere delle persone accolte, dalla prima all’ultima.

Oggi, a tre anni di distanza, con in mezzo una pandemia ed una guerra, mi rendo conto che in quello sguardo, sì professionale ma veloce, avevo colto l’inizio e la fine del viaggio di ciascuna, ma mi ero persa il percorso, con tutte le sue deviazioni, fatiche e gioie connesse. Il mondo è in rapida evoluzione, ma per crescere l’uomo e la donna hanno invece bisogno di un tempo lento. Questa casa, “Progetto Miriam” è la possibilità di un tempo “lento”, in cui lasciarsi avvicinare ed accudire per poi scattare in piedi e correre.

Nel mio lavoro una sfida grande è lasciarsi attraversare dalle difficoltà e dalle storie delle persone, sapendo restituire come in una visione allo specchio, un futuro diverso che incomincia dentro questa casa: lasciarsi attraversare dando valore, può essere considerato uno strumento di guarigione e di senso, per me e per chi mi sta attorno.

Oggi mi rendo conto, che ci sono delle ferite e delle realtà umane, dei drammi spesso in contraddizione tra loro, che bussano a questa porta di cui non immaginavo nemmeno l’esistenza e la cui soluzione rimane complessa: madri che salvano figli e figli che ricattano madri; sorelle che vendono altre sorelle e sorelle vendute che resistono o scappano ma non cercano vendetta, donne traumatizzate da una violenza tale da spegnersi o da isolarsi, persone che hanno un’identità diversa da quella dettata dal loro corpo e che sono rifiutate e sfruttate.

E’ doloroso vedere vite deformate e incrociando alcuni sguardi, in un momento di ordinaria quotidianità leggervi dubbi e domande: “Qui sarò al sicuro? Potrò ricostruirmi una vita? Quale vita sarà possibile per me, che rischio di essere trovata dai miei sfruttatori ed uccisa o venduta nuovamente?”
Domande che talvolta trovano la volontà di ricominciare e dire: “Si, devo ricostruirmi una vita!” Ricomincio, faccio tutto quello che devo fare e mi fido di quello che mi dicono di fare.” E talvolta invece si scontrano con la paura e il dubbio: “No, non posso farcela. Ho bisogno di soldi ora. E se cambio, non posso più tornare indietro…”

Eppure tutto questo non basta per descrivere Progetto Miriam: è una realtà sfaccettata, senza punti fermi una realtà in perenne movimento, che non può essere rappresentata da un fermo immagine.

La si può invece meglio rappresentare attraverso l’opera di M. Chagall, “La Vie” che evoca l’idea della complessità di Progetto Miriam e dove tutto è colore e vita, e dove ciascuna trova un luogo per sé.

Per noi generare pace è fare spazio, creare una fessura in questo mondo denso, in cui ciascuna possa stare comoda. E’ poter testimoniare che c’è un posto bello per ciascuna in questo mondo, ed è questo che rende bello il mondo.

Luisa Betto

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